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“DEI DELITTI E DELLE PENE”.. NEL FUORIPISTA

Maurizio Torri
12/2/2010

Dopo le polemiche di questi giorni in merito all’adozione di provvedimenti legislativi per chi si rendesse responsabile di distacco di valanghe o attuasse escursioni in neve fresca con evidente pericolo abbiamo interpellato Gianpietro Scherini - Istruttore Nazionale di scialpinismo, Accademico del CAI ,uomo del Soccorso Alpino e Parlamentare nella XIV legislatura -. E

cco quanto abbiamo da Lui registrato

Le valanghe da sempre sono state un grave problema, non solo per gli uomini ma anche per infrastrutture e animali.

In montagna le previsioni non possono fornire un quadro reale di rischio per un luogo circoscritto e, parimenti avere arva, pala e sonda (dotazioni indispensabili per poter avere la speranza nel malaugurato caso di travolgimento di essere trovati) non modifica il rischio. E’ lo stesso discorso che si può applicare alle cinture di sicurezza ed all’airbag dell’auto, strumenti che non riducono il rischio incidente stradale (che potrà comunque avvenire), ma in caso di accadimento possono salvare la vita.

Fatte queste premesse è chiaro che in nessuna situazione concreta si potrà escludere a priori ed in maniera totale il rischio di provocare o essere travolti da una massa nevosa. Questa è l’alea che chi va in montagna deve necessariamente assumersi, parimenti a quella che grava su colui che nuota al mare che potrà sempre e comunque, indipendentemente dalle condizioni del mare, correre il rischio di annegare.

E’chiaro che un basso indice di rischio unito alle capacità e conoscenze del manto nevoso dello sci alpinista possono ridurre quest’alea ma mai ripeto azzerarla totalmente. Scontato che una valanga può essere provocata con gli sci, a piedi, con le ciaspole o anche con la motoslitta. Addirittura gli animali stessi (camosci cervi e caprioli) ne sono talvolta sepolti alla faccia dell’istinto che loro dovrebbero avere!

Dopo un inizio di stagione funestato da numerosi incidenti di cui alcuni mortale che hanno portato alla ribalta questo problema (chissà perché i media si occupano sempre della montagna solo in caso di sciagure…….) a livello politico è iniziata la discussione sull’ introduzione di normative che verrebbero a limitare pesantemente la frequentazione della montagna con un che introdurrebbe “ delitti e pene” sia per il distacco di valanga che per il solo fatto di aver affrontato escursioni con condizioni avverse ed elevata pericolosità.

A mio parere ritengo che buona parte di queste casistiche siano già oggi contemplate nei codici senza la necessità di legiferare ulteriormente. Varrebbe la pena forse di promuovere una campagna informativa e preventiva mirata sulla neve e sui potenziali rischi che si incorrono nel frequentare la montagna in inverno. Parimenti si potrebbe intervenire su una più capillare diffusione dell’Arva, e forse anche di un’idonea copertura assicurativa di responsabilità civile (non dando per scontato che già ognuno dovrebbe averla, specialmente se pratica certe discipline sportive).

In altre parole già allo stato attuale, in caso di incidente con persone coinvolte, è prassi che vengano aperte delle indagini dalla magistratura, specialmente se vi sono degli infortunati o dei morti. Fortunatamente oggi non sono perseguite le uscite imprudenti anche se al limite dello sconsiderato che si risolvono “in bene”.

Non vedo quali vantaggi (salvo l’aspetto deterrente) si otterrebbero introducendo tale fattispecie di reato, punito con una pesante sanzione pecuniaria. Inoltre la questione rischierebbe di divenire molto controversa e delicata: in primis chi può stabilire quando vi sia reale pericolo e come tale rischio sia valido ed effettivo anche per una ben delimitata area montuosa. In altre parole l’indice 5 sulle alpi non significa che una particolare montagna possa presentare effettivamente tale pericolosità, ovviamente vale (purtroppo) anche il contrario in caso di indice basso 2 potrebbe aversi sul terreno sempre in una determinata zona, una situazione di piena ed assoluta instabilità con gravissimo rischio.
Come se non bastasse, l’indice di rischio non è un dato fisso ed immutabile ma potrebbe variare sempre in pratica, anche nel volgere di poche ore: ma allora fa fede “il rischio istantaneo” o quello “previsto” magari il giorno prima o il venerdì per il week end?

Non oso poi pensare, dal punto di vista giuridico, cosa avverrebbe delle sanzioni comminate a livello di ricorsi!
Personalmente sono contrario all’introduzione della sanzione di “incauta gita” sia come appassionato che come Istruttore Nazionale di scialpinismo del Cai.
Certo il proliferare degli incidenti deve indurre a delle riflessioni sul come limitarli per il futuro, cercando di effettuare un’azione condivisa con chi conosce l’ambiente alpino perché lo vive quotidianamente, senza abbracciare “facili posizioni proibizionistiche”.
Non è il caso! Gli sport della neve sono un qualcosa di positivo ( specialmente per i giovani) e non una “piaga sociale” da debellare alla stregua dell’alcool e della droga o della guida in stato di ebbrezza! Certo limitare gli incidenti significa salvare delle vite e non metterne a rischio altre per i soccorsi.
Nulla da eccepire su questo punto!
Ripeto che la strada da perseguire è quella di un confronto tra tutte le parti che rappresentano la montagna e cioè: CAI, Guide Alpine, Maestri di sci, Soccorso Alpino, Impiantisti, Addetti al settore neve e valanghe ed altri ancora.
Tralascio in questa circostanza la tematica dei divieti vari che talune Amministrazioni o Enti Parchi hanno imposto o sono in animo di imporre ai frequentatori della montagna d’inverno con lo scopo e l’intento di tutelare la fauna di un determinato territorio.

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